Dott.ssa Alessia Sapei – Osteopata Fisioterapista a Torino

La Fascite Plantare: ritrovare l’equilibrio posturale per risolverla

Per fascite plantare si intende un insieme di sintomi, a prevalenza dolorosa, che insorge in maniera graduale in base alla gravità del problema coinvolgendo la fascia plantare: essa rappresenta la causa più diffusa del dolore alla base del calcagno, alla pianta ed all’arco del piede.

Il dolore può comparire soprattutto al mattino. Infatti la fascia plantare, essendo stata in una posizione accorciata per un lungo periodo di tempo durante il sonno, al momento del risveglio a causa dei movimenti di allungamento del piede rimane contratta per l’infiammazione, provocando dolore. Il dolore insorge inoltre in diverse occasioni come ad esempio durante l’attività sportiva, oppure quando si sta troppo in piedi o si cammina molto con una sensazione di strappo o lacerazione e bruciore.

Essendo un’infiammazione che colpisce la banda fibrosa che dal tallone attraversa tutta la pianta del piede, fino alla base delle dita, la fascite plantare non andrebbe mai sottovalutata o trascurata, in quanto raramente regredisce senza trattamento e a lungo termine può causare problematiche invalidanti, soprattutto per chi pratica sport agonistico.

Le cause scatenanti della fascite plantare possono essere molteplici e anche combinate tra loro: esercizi fisici errati o allenamenti troppo intensi, utilizzo di calzature inadeguate, e soprattutto problematiche di sovraccarico strutturale o posturale.

La fascia plantare ha il compito molto importante di sostenere il piede mantenendo l’arco del piede in posizione curva, fungendo inoltre da ammortizzatore naturale, tramite un cuscinetto adiposo che la ricopre, assorbendo gli shock che si generano durante le normali attività quotidiane. Tuttavia, a causa di dismetrie degli arti o di utilizzo scorretto dei vari distretti della muscolatura coinvolti nel gesto atletico, il peso del corpo viene trasmesso al piede in maniera errata sollecitando oltremodo la fascia plantare e causandone l’infiammazione. Non a caso questa patologia colpisce per la maggior parte chi pratica sport frequentemente o in maniera agonistica come i corridori, i saltatori e i calciatori.

Il trattamento osteopatico/fisioterapico fornisce un’ottima soluzione per diminuire la flogosi, lenire il dolore e correggere le cause da cui si è originata la fascite plantare. Nella fase acuta il professionista consiglierà applicazioni di ghiaccio, stretching e riposo. Successivamente l’intervento sarà volto a ridurre la tensione nella fascia plantare, gestendo la causa dell’infiammazione per ridare elasticità ai tessuti con sedute di Tecar per drenare un eventuale edema e stimolare il tessuto connettivo della giunzione mio-tendinea e del legamento arcuato e con manipolazioni fasciali. Non fosse sufficiente si può optare per le onde d’urto.

L’osteopata andrà inoltre alla ricerca delle dismetrie posturali che hanno causato la fascite plantare. Il lavoro si concentrerà sul rafforzare i muscoli del piede che vengono messi in stress (tibiale posteriore e peroneo lungo); correggere la postura e riequilibrare la meccanica del piede liberando le tensioni che portano l’articolazione sottoastragalica a lussarsi anteriormente, intervenendo inoltre sulla meccanica dell’arto inferiore togliendo tensione dal polpaccio, mobilizzando l’articolazione del piede, sbloccando ginocchio e anca, andando ad agire sul bacino e a livello del passaggio dorsolombare, togliendo tensioni che possono sbilanciare anteriormente il baricentro creando un alterato carico sul piede.

Oltre al lavoro dell’operatore o del tecnico, poiché è importante cercare di dare “durata” alla modifica che apportiamo al piede attraverso degli esercizi di mantenimento. il paziente può eseguire alcuni esercizi per rilassare la zona e quindi effettuare un auto-trattamento, esercitando con una pallina da tennis una lieve compressione e massaggiando la pianta del piede e l’interno della volta plantare.

In altri casi, quando il piede è molto compromesso è necessario il supporto di un plantare che aiuti il piede a mantenere i risultati ottenuti con il lavoro osteopatico.

Sarà quindi utile un lavoro interdisciplinare con la figura di un podologo/posturologo in quanto la fisioterapia ed i plantari da soli non possono guarire la fascite plantare mentre la correzione della problematica posturale, che è alla base della fascite plantare, renderà meno probabile il ripresentarsi della problematica.

Ernia e Protrusione discale, differenze

L’ernia del disco, nota anche come ernia del nucleo polposo o ernia del disco intervertebrale, è una condizione che colpisce la colonna vertebrale, in particolare i dischi intervertebrali. I dischi intervertebrali sono strutture a forma di cuscinetto che si trovano tra le vertebre e agiscono come ammortizzatori per la colonna vertebrale. Un’ernia del disco si verifica quando il nucleo polposo, una sostanza gelatinosa che si trova all’interno del disco, fuoriesce attraverso un punto debole o un’area danneggiata nella parete esterna del disco, chiamata anello fibroso. Questo può essere causato da un trauma, come un movimento brusco o una lesione alla schiena, o da un deterioramento graduale del disco nel tempo.

La protrusione discale si verifica quando il nucleo polposo sporge leggermente attraverso un punto debole o un’area danneggiata nell’anello fibroso. A differenza di un’ernia del disco, in cui il nucleo polposo fuoriesce completamente attraverso l’anello fibroso, nella protrusione discale il nucleo polposo sporge solo parzialmente.

Quando il nucleo polposo si sporge attraverso l’anello fibroso, può mettere pressione sulle radici nervose circostanti o sul midollo spinale, causando sintomi dolorosi e altre problematiche. I sintomi comuni di un’ernia del disco possono includere dolore alla schiena o al collo, dolore irradiato agli arti superiori o inferiori (a seconda della posizione dell’ernia), intorpidimento, formicolio, debolezza muscolare e difficoltà di movimento. La protrusione discale di solito provoca sintomi meno intensi e può persino essere asintomatica.

La diagnosi di un’ernia del disco o di una protrusione può richiedere una combinazione di esami clinici, come l’esame fisico e la valutazione dei sintomi del paziente, insieme a test diagnostici come la risonanza magnetica (RM) o la tomografia computerizzata (TC), che possono fornire immagini dettagliate della colonna vertebrale e dei dischi. Queste indagini vengono prescritte di norma dallo specialista ortopedico o fisiatra.

Il trattamento per un’ernia del disco dipende dalla gravità dei sintomi e può includere opzioni conservative come riposo, farmaci per il dolore, terapia fisica, infiltrazioni di corticosteroidi o terapia manuale. In casi più gravi o se i sintomi persistono, può essere necessario un intervento chirurgico per rimuovere o riparare l’ernia del disco.

Il trattamento per la protrusione discale dipende dalla gravità dei sintomi e può includere opzioni conservative come riposo, farmaci per il dolore, terapia fisica, terapia manuale e esercizi di stretching e rafforzamento muscolare. In alcuni casi, può essere necessario ricorrere a interventi più invasivi, come infiltrazioni di corticosteroidi o, nei casi più gravi, chirurgia per rimuovere o riparare la protrusione discale.

Lombalgia e muscolo Quadrato dei Lombi

Il “mal di schiena”, più propriamente definito lombalgia, oltre ad essere tra le patologie diffuse in tutto il mondo, rappresenta anche la più frequente malattia dell’uomo dopo il comune raffreddore. Basti pensare che oltre il 70% della popolazione mondiale è destinata a presentare almeno un episodio di lombalgia nel corso della vita.
Ma non tutti i mal di schiena sono uguali!!! A partire dalla causa, dalla localizzazione, dalla sintomatologia per arrivare alla guarigione, la lombalgia presenta approcci di cura molto differenti ed è per questo che risulta fondamentale individuare la causa primaria scatenante e, quando possibile, risolverla.

E’ quindi fondamentale eseguire un’attenta anamnesi del quadro del paziente ed analizzare gli esami strumentali come la Risonanza Magnetica (RMN) per capire il motivo esatto che provoca algia in modo da poter distinguere una discopatia a livello lombare da una semplice contrattura o Trigger Point (punti muscolari iperdolenti): in entrambi i casi infatti il muscolo in questione risulterà indolenzito e dolente ma per cause completamente differenti.

Per capire la sintomatologia di una problematica in cui risulti coinvolto il Quadrato dei Lombi (QL) è necessario conoscere localizzazione e anatomia del muscolo oltre che le sue funzioni, al fine di riconoscere eventuali posture o movimenti sbagliati come causa del dolore.
Il QL si trova nella parete addominale posteriore, e simmetricamente a destra e sinistra, origina dalla cresta iliaca inserendosi sul margine inferiore della 12° costa, andando a contattare anche i processi trasversi delle vertebre lombari L1, L2, L3 ed L4. Esso è formato da due strati muscolari separati tra loro in maniera incompleta ed è rivestito anteriormente da una fascia che lo separa dal muscolo grande psoas, dai reni e dal colon ascendente e discendente.
La funzione del QL è molto importante nella stabilizzazione del bacino insieme ai suoi muscoli antagonisti (ileopsoas, retto addominale, obliquo interno ed esterno nella flessione dorsale) e nell’estensione del tratto lombare; entra in gioco contraendosi, durante il sollevamento di carichi pesanti o durante il movimento delle anche e può anche essere coinvolto nella rotazione del tronco. Infine, grazie alla sua inserzione con le coste, è coinvolto nell’atto respiratorio in particolare nelle espirazioni durante la tosse o gli sternuti.

È adesso più semplice capire perché tra i sintomi maggiormente caratteristici di una problematica al QL si riconosce la lombalgia in stazione eretta o durante l’azione di girarsi nel letto o durante la deambulazione. Un movimento di flessione abbinato alla torsione, come quando prendiamo e spostiamo un peso che si trova di fianco a noi, può attivare Punti Trigger ed a seconda di quali di essi siano coinvolti, il dolore può essere proiettato verso la cresta iliaca e al grande trocantere del femore, fino all’inguine o al quadrato inferiore dell’addome (punti trigger superficiali), o ancora verso la regione glutea vicino all’articolazione sacro-iliaca, oppure verso la regione infero esterna del gluteo (punti trigger più profondi). Alcuni movimenti eseguiti velocemente con la muscolatura ancora “fredda” e non pronta al gesto, oppure l’innalzamento di carichi eccessivi possono invece provocare lesioni muscolari come le “contratture” o gli “strappi muscolari” che, a seconda della loro gravità o grado di lesione, devono essere trattati dal fisioterapista o dalla figura professionale che vi seguirà.

In base alla causa scatenante del dolore al QL il lavoro impostato sarà differente:

  • in caso di Punti Trigger risulterà molto efficace il trattamento manuale basato sul massaggio miofasciale e sullo scarico dei punti stessi in cui si accumula maggior tensione; a seguire, una volta decontratta la muscolatura, il paziente sarà invitato ad eseguire in maniera costante pochi, ma specifici esercizi di stretching.
  • in caso di lesioni muscolari invece, è molto importante il riposo e l’esecuzione del protocollo P.R.I.C.E (protection, rest, ice, compression, elevation). Questo comporta che, durante la fase acuta il muscolo infortunato sia protetto da carichi eccessivi che potrebbero compromettere o rallentare il processo di guarigione. Il ghiaccio, o la crioterapia in genere, viene utilizzato per il suo effetto a livello vascolare e di riduzione del dolore che incide nel miglioramento a breve termine della sintomatologia del paziente. La compressione, attuata tramite bendaggi, limita la diffusione dell’edema dovuto al travaso di liquidi dai vasi lesi all’interno del sito della lesione. Il sollevamento dell’area lesa, invece, riduce la pressione locale e il sanguinamento, favorendo il drenaggio dell’essudato infiammatorio attraverso il sistema linfatico e riducendo di conseguenza l’edema e le relative complicanze. In questa e nel resto delle fasi che compongono la riabilitazione della lesione muscolare, la terapia manuale, il linfodrenaggio e il tape compressivo/funzionali, oltre che la Tecarterapia, possono risultare efficaci nel migliorare le condizioni del paziente e ottimizzare gli effetti della riabilitazione.

“Una cicatrice è per sempre”, ma col trattamento manipolativo osteopatico non costituisce un problema!

Forse non tutti sanno che la pelle rappresenta l’organo più esteso del corpo umano: la sua estensione è di circa 2mq!!! Sebbene la sua funzione principale riguardi la protezione dei tessuti e degli organi sottostanti la pelle, in considerazione del suo ruolo di mediatore tra l’organismo ed il mondo esterno, è anche deputata a molte altre funzioni importanti per l’omeostasi dell’organismo come l’escrezione, l’assorbimento, la regolazione termica nonché la sensibilità agli stimoli.
È facile capire che ogni alterazione abbastanza profonda all’integrità della pelle, che noi definiamo col termine “cicatrice”, diventa pertanto sorgente di sintomi che non sono semplicemente superficiali e cutanei, ma dal punto di vista osteopatico possono essere determinanti nella comparsa di diverse problematiche viscerali, posturali e somatiche.
Quasi tutti possediamo una cicatrice recente o remota, grande o piccola: essa rappresenta il risultato finale del processo di riparazione tissutale a seguito di un fattore scatenante, come un intervento chirurgico, un parto cesareo, un incidente o una ferita. Tuttavia, il tessuto fibroso che costituisce la cicatrice è anelastico e rigido e durante il processo della rigenerazione dei tessuti, le aree cicatriziali possono estendersi oltre la zona danneggiata collegando altre parti in modo innaturale e creando le così dette “aderenze”. Si possono così creare facilmente nodi e blocchi sui piani fasciali e muscolari che danneggiano la naturale elasticità e flessibilità dei tessuti, originando trazioni (talvolta dolorose) sulla fascia superficiale ed anche a livello profondo influenzando anche mobilità e postura e provocando dolore e disabilità. Questi cambiamenti strutturali, oltre a causare dolore, effetto nervoso, intorpidimento, gamma limitata di movimento e flessibilità, squilibrio posturale, indebolimento muscolare e deperimento, riduzione dell’ossigenazione tissutale, possono anche comportarsi come un sbarramento che perturba il drenaggio linfatico, circolatorio ed energetico impattando sulla nostra normale fisiologia e sulla nostra salute più in generale. Queste restrizioni non riguardano solo l’articolazione, l’arto o l’area circostante la cicatrice, ma possono anche influire sugli organi sottostanti poichè il tessuto cicatriziale potenzialmente può diffondersi in qualsiasi direzione, anche internamente, in tutto il corpo con conseguente modelli di compensazione.
Infine, spesso le cicatrici vengono associate anche ad una serie di disagi legati alla sfera psicologica poiché, oltre a lasciare una traccia fisica e corporale, mantengono in sé la storia dell’evento che le ha originate e ciò si ripercuote quindi anche sulla sfera emotiva.
La guarigione di una cicatrice può essere classificata in 3 fasi: infiammatoria della durata di 3-4 giorni, riparativa proliferativa per le tre settimane successive, e fase di maturazione che può durare fino a uno o due anni. Durante il processo di guarigione della ferita, entrano in gioco numerosi fattori che influenzano la velocità e la qualità della riparazione della lesione. Tuttavia, l’osteopata può intervenire rimediando a queste problematiche.
Di fronte a una cicatrice di importante dimensione, l’osteopata prenderà in considerazione inizialmente la postura del soggetto, effettuerà semplici test per verificare la mobilità viscerale e articolare e infine applicherà tecniche manipolative di allungamento trasversale e longitudinale del tessuto connettivo a livello della fascia superficiale. Queste manipolazioni non solo aiutano a ridurre il dolore, ma mirano a riportare i tessuti molli in uno stato più funzionale rilassando, ammorbidendo e migliorando la cicatrice, apportando non solo miglioramenti a livello fisico ma aiutando anche a livello psicologico. Pertanto il trattamento osteopatico non riguarderà solo l’area del dolore, ma valuterà anche la funzione generale del corpo e analizzerà la storia e le cause che contribuiscono ai sintomi che si stanno verificando.
È importante sottolineare infine, che l’osteopata può trattare la cicatrice quando essa ha già generato un problema, un dolore ad essa collegato, ma anche e soprattutto al fine di prevenire l’insorgere di queste complicanze.

Trattamento osteopatico per l’Intestino, il nostro “secondo cervello”

La connessione tra cervello e intestino è un argomento del quale si parla da molto tempo nelle terapie alternative e questa sinergia è sempre più oggetto di studio anche a livello scientifico.
Studi recenti hanno dimostrato che l’intestino è deputato a molto di più che a digerire il cibo che ingeriamo; esso contiene milioni di cellule e fibre neuronali che costituiscono un vero e proprio sistema nervoso autonomo. Esso è in grado d’integrare ed elaborare stimoli esterni e interni ricevuti dal corpo, interagendo con il sistema nervoso centrale attraverso uno scambio di informazioni mediato dal sistema psico-neuro-immuno-endocrino (rilascio di ormoni, nervo vago, sistema immunitario). Ciò significa che i due “cervelli” si influenzano reciprocamente, determinando il nostro stato di benessere psico-fisico.

Condizioni di forte stress emotivo, associate ad una dieta non equilibrata ed ad una vita sedentaria, possono attivare i circuiti dell’ansia e della paura o alterare il microbiota intestinale, irritando la mucosa intestinale che, nei casi più gravi, può generare patologie o condizioni anche severe come la sindrome del colon irritabile (IBS) oppure la malattia infiammatoria intestinale.

“La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è una malattia gastrointestinale cronica ricorrente con sintomi e caratteristiche variabili che vanno dal dolore addominale a problematiche più serie associate a cambiamenti nelle abitudini intestinali. Circa il 10% della popolazione è affetta da IBS e quasi 200 persone su 100.000 ricevono una diagnosi iniziale di IBS ogni anno….
Questa disfunzione sensomotoria gastrointestinale può causare una deregolamentazione nell’asse cervello-intestino, che è la regione di elaborazione neurale tra intestino e cervello. La frequenza e l’intensità dei sintomi determinano la terapia medica, che comprende la riduzione del lattosio, integrazione di fibre e agenti di carica, lassativi, antispastici, antibiotici, antidepressivi, interventi psicologici. Tuttavia, l’efficacia di queste terapie varia da studio a studio e le prove dell’efficacia di queste terapie sono deboli. Alla luce della mancanza di farmaci affidabili ed efficaci per la gestione dell’IBS, c’è un crescente interesse per forme di terapie complementari e alternative”
(fonte: http://www.osteopatianews.net/intestinoirritabile/)

Quando il nostro organismo, inteso in questo senso come “insieme” corpo-mente, perde il suo equilibrio non sempre, nei casi più critici, possono bastare una sana dieta e l’allentamento delle tensioni quotidiane: in questo caso il trattamento osteopatico, attraverso la manipolazione viscerale, può essere un valido aiuto e sostegno.
I visceri infatti, scambiano costantemente informazioni con il sistema muscolo-scheletrico, cranio-sacrale, neuroendocrino ed emozionale, pertanto non è possibile isolare la funzionalità di un organo rispetto a quella della struttura a cui si lega (osso, legamento…) e da cui è contenuto, rispetto a un vaso sanguigno che lo nutre e ossigena o ad un nervo che lo mantiene in funzione. Il trattamento osteopatico degli organi addominali aiuta a normalizzare il flusso ematico, il fluido linfatico e l’equilibrio del sistema nervoso autonomo, e mira a ripristinare la normale motilità ed elasticità dei visceri o delle strutture peritoneali intorno ai visceri.
Il ruolo dell’osteopata può quindi garantire questo equilibrio in modo tale da mantenere una buona funzione e vitalità di tutte le componenti nel loro insieme e favorire l’omeostasi del paziente, ovvero il suo equilibrio interno che sottende alla salute.
Per quanto riguarda invece la parte più emozionale, quella relativa alla cura del costituiscono un valido sostegno pratiche di rilassamento e manipolazioni dolci come lo Shiatsu, antica disciplina giapponese di prevenzione e salutogenesi

OSTEOPATIA E DOLORE PELVICO CRONICO

Il dolore pelvico cronico è un disagio ginecologico non così raro la cui diagnosi differenziale comprende patologie, problematiche chirurgiche, problemi muscolo-scheletrici e disfunzioni somatiche. Le donne sono più soggette degli uomini al dolore pelvico perché il loro corpo è influenzato da più cambiamenti come lo stato ormonale ciclico, le alterazioni biomeccaniche durante la gravidanza, lo stress psicosociale, modificazioni durante e dopo l’accudimento dei figli e ulteriori adattamenti nella menopausa. Questo tipo di dolore è definito come dolore ciclico o non ciclico della pelvi, talvolta così forte da causare impotenza funzionale. Il dolore pelvico cronico è il motivo di circa il 10% di tutti i consulti ginecologici, del 40% delle laparoscopie, e del 10-15% delle isterectomie, rappresentando così un problema di salute pubblica clinicamente importante. Una donna su sette presenta un’eziologia indefinita nella diagnosi di dolore pelvico cronico; le diagnosi più comuni sono sindrome del colon irritabile, aderenze, disordini muscolo-scheletrici del pavimento pelvico ed endometriosi. Sia l’approccio medico che quello chirurgico nella gestione del problema sono possibili e talvolta inevitabili, ma le modalità di terapia integrative come il trattamento manipolativo osteopatico sono un’opzione da prendere in considerazione.
La filosofia osteopatica adotta un approccio al benessere attraverso la conoscenza delle interrelazioni tra strutture e funzioni e va alla ricerca delle cause dei problemi dei pazienti. Quando vengono applicati per affrontare il dolore nelle pazienti donne, i principi osteopatici offrono un approccio globale che tiene conto dei complessi fattori psicologici e fisici che influenzano il progredire del dolore cronico. La percezione del dolore non può essere svincolata dalla percezione emotiva del dolore, e gli stimoli nocicettivi vanno quindi inseriti in un contesto di carattere, ambiente, cultura ed esperienze personali.
Nel corso degli anni seguenti al menarca, la pelvi si allarga, i muscoli glutei si allungano e si verifica una rotazione interna dei femori che porta allo spostamento delle rotule. La costante rotazione interna dei femori può influenzare la funzione del diaframma pelvico, facendo correre alle donne il rischio di soffrire di incontinenza da stress nel futuro, soprattutto in caso di gravidanza, di aumento di peso e in menopausa per la riduzione degli estrogeni; l’andatura scorretta può influenzare il dolore delle ossa pelviche a causa della tensione gravitazionale. Inoltre le donne hanno per natura i legamenti più lassi degli uomini e una lassità persistente può contribuire al prolasso di un organo e alla congestione venosa nella donna non gravida. A sua volta il sacro è sospeso tra gli ilei dai legamenti. Le cadute sulle natiche o sulla pelvi possono limitare la mobilità sacrale e portare al dolore pelvico, attraverso la tensione dei legamenti sull’utero o sul pavimento pelvico. Se la condizione non viene trattata, può insorgere dispareunia.
Gli organi pelvici sono collegati funzionalmente attraverso comuni e condivisi percorsi nervosi, non soltanto dalla vicinanza anatomica. I sintomi intestinali e vescicali spesso accompagnano quelli ginecologici e tali disfunzioni possono non rappresentare una malattia dell’organo bersaglio, ma una sindrome da dolore viscerale con sovraregolazione neuropatica che aggrava l’infiammazione e l’ipersensibilità. Per esempio il danneggiamento del plesso nervoso ipogastrico inferiore durante il parto può dare luogo a cambiamenti legati alla reinnervazione che produrranno dolore viscerale dopo alcuni anni. Altre cause di lesione al plesso ipogastrico inferiore, come interventi ginecologici in laparoscopia, tagli cesarei, infezioni pelviche o traumi da incidenti stradali, possono alla fine causare dolore pelvico cronico. Il trattamento manipolativo osteopatico volto a stabilizzare il cingolo pelvico può prevenire sindromi dolorose future.
In conclusione il dolore pelvico cronico è di solito multifattoriale e merita un approccio multidisciplinare medico e complementare.

TRATTO DA:
Melicien A. Tettambel, DO
Using Integrative Therapies to Treat Women With Chronic Pelvic Pain,
J Am Osteopath Assoc November 1, 2007 vol. 107 no. suppl 6 ES17-ES20

EMOZIONI IN MOVIMENTO: INTEROCEZIONE MIOFASCIALE

(Tratto da Bordoni, Marelli; Complementary Medicine Research)

Esistono numerosi articoli in letteratura riguardo il sistema miofasciale, a livello psicologico e organico, in modo macroscopico e microscopico, ma ciò nonostante non abbiamo ancora una chiara conoscenza, né una comune visione per classificarlo. Esistono diversi approcci terapeutici manuali, ma spesso manca ancora la percezione del continuum miofasciale, di come questo collegamento globale sia in grado di stimolare le aree del cervello correlate allo stato emozionale e che il trattamento manuale stimoli la interocezione (capacità del corpo di percepire il proprio sistema e mantenerlo in equilibrio, la cosiddetta omeostasi). Per ottimizzare il trattamento miofasciale, l’aspetto psicologico non va sottovalutato e in alcuni casi sarebbe necessario l’affiancamento di un percorso psicologico al trattamento manuale, creando una multidisciplinarietà.

Ma cos’è esattamente il sistema miofasciale (o più comunemente fascia) e come funziona?
La fascia è un’unica entità, con la medesima origine embriologica; le nostre strutture corporee sono avvolte da tessuto connettivo, fascia appunto, creando una struttura continua con forma e funzione differenti per ogni tessuto e organo. La fascia è distribuita attraverso tutto il corpo, a diversi piani creando una matrice metabolica e meccanica. Ogni tessuto è in continuità con l’altro tramite matrice extracellulare. Esistono 4 tipi di fascia: superficiale (sulle regioni del corpo esclusi gli orifizi), assiale (sugli arti), meningea (intorno al sistema nervoso centrale e al sistema nervoso periferico), viscerale (dalla base del cranio fino alla cavità pelvica inglobando organi, sistema vascolare e linfatico). Il sistema fasciale permette il massimo dell’adattamento in tutte le direzioni, riprendendo il concetto di biotensegrità basato sulla presenza di alternati elementi in compressione (le ossa) che bilanciano lo stress in distrazione generato e ricevuto da elementi in continuità (muscoli e fascia). Questo sistema permette un costante adattamento della fascia ai cambiamenti e una qualsiasi riduzione di questa abilità può potenzialmente portare a una condizione patologica.
Il sistema miofasciale presenta una diversificata e diffusa innervazione, con terminazioni nervose talmente estese che considerando il numero totale dei recettori della fascia alcuni autori la comparano alla sensibilità di una retina, rendendo il continuum fasciale il sistema sensoriale più ricco, con recettori assegnati alle funzioni di propriocezione (posizione di sé e delle parti del corpo), nocicezione (percezione del dolore) e interocezione. Quest’ultimo riguarda il sistema autonomo e i sistemi che mantengono l’equilibrio (omeostasi) corporeo e può quindi modulare la rappresentazione esterna del corpo e quindi di conseguenza una possibile distorsione anche della propria immagine corporea influenzando l’emotività o la percezione del dolore. È quindi fondamentale considerare che quando si va a trattare il muscolo e la fascia non si sta effettuando un lavoro esclusivamente locale ma si stanno dando stimolazioni anche alle aree emotive del cervello. Ne conseguirà che le tecniche miofasciali sono in grado di agire localmente per quanto riguarda la risposta del corpo con un aumento locale del flusso sanguigno ed idratazione ma anche globalmente andando ad agire su parametri potenzialmente emotivi. Allo stesso modo emerge come una prolungata tensione miofasciale durante la giornata e le attività può modificare la condizione emozionale della persona (diversi studi sulla fibromialgia lo dimostrano). È possibile inoltre supporre che anche un’allodinia (sensazione errata e di solito fastidiosa di una percezione tattile) possa essere legata a una non corretta afferenza miofasciale, portando ad una condizione fisica ed emozionale patologica. Poiché la fascia è distribuita su tutto il corpo va da sé che una disfunzione miofasciale può comportare un’alterazione della postura e dell’umore, quindi agire su più fronti può essere la chiave per risolvere le problematiche di dolori ripetuti posturali e non. Al momento non esistono ancora molti studi riguardo il lavoro multidisciplinare su componente emotiva e miofasciale, ma la tendenza è di andare in questa direzione… i risultati spesso invece già si vedono nel quotidiano!

TRIGGER POINT, i fantomatici “nervi accavallati”

Chi non ha mai sofferto dei famosi “nervi accavallati” alzi la mano! Ecco… nessuno credo. Chi più chi meno abbiamo sofferto di fastidiose e a volte invalidanti contratture, spesso definite impropriamente ma con una logica sottesa, e vedremo perchè, nervi accavallati. Queste contratture importanti e localizzate ad oggi si possono definire bene come Trigger Points (TP) o Punti Trigger. Sono punti sensibili nei tessuti molli muscolari e caratterizzano un dolore che può essere classificato come miofasciale (myofascial pain syndrome). La sensazione del “nervo” è data dalla loro caratteristica di far male localmente (anche definiti Tender Point in questo caso) ma di irradiare anche a distanza in determinate zone specifiche. Anche la sensazione di accavallato ha una sua logica; questi punti sono descritti come crampiformi e al tatto si ha la sensazione di nodulino nel muscolo. La traduzione in senso stretto di “trigger” è grilletto, ma il suo significato più ampio di attivatore a distanza rende meglio l’idea.

Il loro studio approfondito è stato eseguito da Travell e Simmons.

Le caratteristiche comuni che devono far pensare ad un TP sono:

  • punto dolente nel muscolo o nella fascia, non causato da eventi esterni/interni
  • se stimolato può provocare una contrazione involontaria dell’intero muscolo (local twitch response)
  • se stimolato riproduce “il dolore conosciuto” del paziente e può irradiare a distanza
  • il dolore non è correlabile da un punto di vista neurologico

Si possono inoltre distinguere in TP attivi e latenti; i primi evocano dolore irradiato, presente anche in assenza di stimolazione diretta, i secondi sono come addormentati ma producono dolore nel momento della stimolazione diretta e inoltre possono essere causa di malfunzionamento celato e contribuire a problematiche future.

E’ quindi importante trattare questi TP in modo da evitare recidive dolorose o l’instaurarsi di catene muscolari disfunzionali. Il trattamento può essere di tipo manuale compressivo locale, così da favorire un ritorno successivo di sangue e quindi di ossigeno ai tessuti, si può utilizzare del ghiaccio ed uno stretching, tecniche ad energia muscolare per favorire il riflesso di rilassamento del muscolo interessato, tecniche con strumenti appositi per lavorare sulla fascia neuromuscolare, ecc. L’importante è che le tecniche vengano eseguite da personale esperto che vada ad agire correttamente sul muscolo e sui TP, altrimenti il risultato potrebbe essere l’opposto!

Esistono tantissimi TP perchè potenzialmente presenti in tutti i muscoli del corpo, quindi risulta fondamentale che l’operatore esegua una valutazione adeguata dei sintomi, delle zone interessate, della storia clinica, per poi correlare con la palpazione manuale dei muscoli e delle fasce. Ovviamente questo tipo di approccio può essere inserito all’interno di un trattamento più ampio che coinvolga non solo le strutture muscolofasciali ma vada anche a considerare la struttura ossea, i metameri della colonna vertebrale coinvolti, la componente viscerale piuttosto che craniale/temporomandibolare, a seconda dei TP individuati. L’importante è ricordarsi che il corpo è un’unità, quindi le sue parti si influenzano vicendevolmente e in questa ottica cercare di aiutarlo a ritrovare un equilibrio per poter funzionare al meglio delle sue possibilità!

MUSCOLO ILEOPSOAS E MAL DI SCHIENA

Il muscolo ileopsoas si inserisce direttamente sulla spina dorsale, sul bacino e sul femore, ha di conseguenza la potenzialità di influenzare e di essere a sua volta influenzato dalla colonna e dalla pelvi. E’ un muscolo pari e di conseguenza ne abbiamo due. E’ un muscolo posturale ed è stato osservato e dimostrata la sua tendenza ad accorciarsi, creando un aumento della lordosi lombare,

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